Abbiamo incontrato la leggenda della musica Quincy Jones, giunto a Roma per presentare il concerto che venerdi aprirà la 45esima edizione di Umbria Jazz in una serata speciale per festeggiare il leggendario autore.

Quincy Jones ha incantato il pubblico a Roma nella splendida cornice del Bernini Bristol in conferenza stampa assieme a Nanni Zedda , Nick Harper e con il direttore artistico di Umbria Jazz Carlo Pagnotta e il presidente della fondazione Renzo Arbore. Quest’ultimo ha semplicemente osannato Quincy Jones, che si è dimostrato in grande forma nonostante i suoi 85 anni ha risposto ad ogni domanda della stampa, raccontando non solo la sua carriera, ma anche anedotti divertenti ed surreali come quella volta che ha dato del “pappone” ad un Papa !

Nanni Zedda“Volevamo dall’anno scorso portare Quincy Jones a Umbria Jazz. In questo specifico progetto fatto apposta per Umbria Jazz abbiamo pensato di fare un lavoro di ricerca sulla sua carriera ed incrociare le varie collaborazioni che Quincy ha avuto, molte cose saranno inedite e quindi mai viste e sentite prima”.

Accompagnato da Nick Harper, che conduce programmi e presenta gli spettacoli, il leggendario Quincy Jone nato a Chicago 85 anni fa è un compositore, un direttore, un punto di riferimento per il mondo afroamericano e un arrangiatore che ha scritto musica per decine di artisti, senza dimenticare le colonne sonore o la produzione di dischi entrati nella leggenda come “Thriller” di Michael Jackson, il più venduto della storia.

Renzo Arbore ha definito semplicemente Quincy Jones non come un artistita di Jazz, ma l’incarnazione dello stesso Jazz. Vincitore di un numero infinito di Grammy Awards, l’autore che praticamente ha suonato con tutti a cominciare da giovanissimo con un “certo” Ray Charles, ha ripercorso la sua carriera non senza malinconia per tutti gli artisti e suoi grandi amici che lo hanno lasciato prematuramente.

Credits: Alice Callari

 

Cosa sa di Umbria Jazz visto che è la sua prima volta e se conosce il nostro Paolo Fresu?

Quincy Jones: “Paolo è fantastico e quando si parla di Jazz non ci sono problemi, della musica italiana sono cresciuti con romano Mussolini e i miei più cari amici erano Piero Piccioni e Armando Trovajoli. Io ho fatto avere l’Oscar alla carriera a Morricone, amo la musica italiana, non solo il Jazz. Voglio ricordare la mia unica esibizione in Italia con We are the future con la quale siamo riusciti a fare una grande operazione di charity”.

Sono passati 30 anni da We are the World, secondo lei quella grande esperienza ha inciso sulla coscienza del pubblico riguardo le popolazioni africane?

Quincy Jones: “No ! We are the Future , feci quel progetto proprio in risposta all’iniziativa fatta in Inghilterra We are the World, Harry Belafonte  mi chiese di farne una  simile e mi proposero di fare un tour portando 40 e rotti artisti. Gli dissi che non era possibile e decisi di fare una canzone registrando con le migliori voci, credo che abbiamo raccolto 63 milioni di dollari con una serie di operazioni benefiche in Etiopia quindi a qualcosa è servito”.

Chi segue tra i nuovi talenti e cosa pensa della francese Zaz?

Quincy Jones: “Parlando di questa artista la apprezzo molto e abbiamo fatto da poco un disco con John Clayton. Ho molta stima di questa artista, mi piace molto anche Alfredo Rodriguez. Io li produco ma faccio anche da manager per proteggerli”.

 

Può farci un accenno alla scaletta dello spettacolo?

Quincy Jones: “Ci sono molti arrangiamenti presi dal passato che riguardano tutta la mia carriera, sono tutti originali. Alcuni di questi arrangiamenti sono vecchi, altri sono adattati per i duetti e quindi c’è un mix. Voglio ringraziare Buckley che è il mio arrangiatore personale, è un talento incredibile. Lui ha seguito passo passo ogni brano”.

Dopo questa carriera straordinaria cosa vuol dire per Lei la parola Jazz?

Quincy Jones: “La parola Jazz non ha cambiato significato, vuol dire libertà di improvvisare e scegliere dove andare. Io ho vissuto tutte le fasi del jazz e ho frequentato tutti i generi, con Ray Charles a 14 anni abbiamo suonato ovunque qualsiasi cosa per fare un po’ di soldi. Questo è il concetto della libertà che ritrovo. Io ho avuto la possibilità di studiare ed essere esposto ad una educazione molto aperta sulla visione e concessione della musica”.

 

Può dirci qualcosa in più sulla collaborazione con Ennio Morricone? Pensava che hip pop e rap esplodesse così?

Quincy Jones: “In realtà non ho collaborato con Morricone, ho prodotto due brani del disco dove Céline Dion ha cantato. Siamo amici, ma non abbiamo avuto una collaborazione artistica. Volevo ricordare anche che ho ricevuto molte critiche per Thriller, ma non mi interessa perché dovevo avere la libertà di fare qualsiasi tipo di musica purché fosse buona. Non ho mai fatto musica per fare soldi, scelgo di fare quello che da emozioni. La fortuna ha voluto che abbiamo venduto 130 milioni di dischi con Thriller”.

“In realtà non sono 30 anni, ma l’hip pop è in giro da mille anni perché a Chicago facevano rap negli anni ‘30. Molta gente, soprattutto in USA, non lo sa. Non hanno un ministro della cultura, non sanno che la Break dance viene dagli schiavi africani e dal Brasile. Non conoscono la storia della musica. Tutta questa musica che si connette e ricombina nel tempo è la prova che siamo tutti connessi attraverso la musica in generale e non esiste il genere, il rock è andato in mille direzioni diverse in giro per il mondo ma è sempre lì”.

 

E riguardo la sua incredibile carriera cosa ci può raccontare di particolare ?

Quincy Jones: “Mi sento fortunatissimo e benedetto per aver avuto tutta questa esposizione, arriva direttamente da dio perché e troppo grande e sono riconoscente. Mi piace l’idea di essere un discendente di Michelangelo, quando ho visitato la Cappella Sistina guardavo la grande opera ed ero entusiasta. Nel 1989 Bono organizzò un’incontro con  Giovanni Paolo Secondo di ben 25 minuti. Quando siamo lì  io Bono e Bob Geldof noto che le scarpe del Papa erano rosse, come quelle di un pappone e io glielo dico  – sorride – Ma  il Papa mi ha sentito e ci ha riso sopra anche lui. Quella visita fu molto importante perché portammo a casa l’impegno delle varie nazioni a far togliere il debito per i paesi poveri mandando 22 milioni di bambini a scuola. È una delle più grandi soddisfazioni della vita”.

 

E’ vero che quando si suona il Jazz è come raccontare una storia? Cosa può dire alle nuove generazioni?

Quincy Jones: “Il consiglio è di rimanere connessi alle proprie radici e sapere da dove si parte, questo è quello che facevano i miei eroi  come Miles Davis, John Coltrane e Cannonball Adderley , che erano i miei colleghi. Assistetti a due dischi fatti in due giorni , tutti suonavano davanti a me, questa è la cosa importante da ricordare. Molti sono morti ormai, molto prima di me.  E mi dispiace moltissimo pensando che con alcuni di  loro avrei dovuto fare una musica apposta per il Vaticano, ma ne persi la possibilità perché in quel momento stavo facendo Thriller”.

Foto a cura di Alice Callari

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Roberto Leofrigio

Laureato in Scienze della Comunicazione, critico cinematografico, ufficio stampa per eventi e festival, cameraman professionale. Da 20 anni intervista chi conta in tutti i settori dello spettacolo e non solo.

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